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CONFLITTI

di Fernanda Abiuso



Qualcosa non mi piace perché mi hanno insegnato da piccola che non sta bene, che non va bene per una bambina, che non si fa. Era una delle tante regole che mi sono arrivate dalla educazione della mia famiglia, mia madre e mia nonna alleate, mio padre concorde, magari con una sfumatura diversa di significato, ma anche lui pronto a rinforzare, con lo sguardo severo, che se no rischio di sbagliare.

Se sbaglio il loro giudizio mi ferisce ed io mi sento colpevole per non avere aderito alla loro aspettativa. Nel tempo assumo questa regola, e questo credo su cosa è giusto e cosa no diventa anche mio. Lo trasferirò nelle mie valutazioni sulle persone, nei giudizi che darò su chi invece queste stesse regole non le ha. Non si tratta di sapere chi ha ragione e chi ha torto, ma avrò così dato il via ad un mio piccolo o grande pre- giudizio nei confronti di una fetta di persone che hanno a loro volta assorbito regole e credi diversissimi per ogni ambito o contesto familiare da altri prima di loro.

Qualcosa mi fa paura, mi spaventa l'idea di dovermici confrontare, non so come fare, forse mi prende un'ansia e un senso di impotenza. Posso cercare di informarmi, conoscere meglio, capire e appropriarmi di un' altra fetta di territorio delle possibilità dell'umano. Continuerò a stare all'erta se c'è un reale potenziale di pericolo, ma l'ansia e l'impotenza abbasseranno la loro presa.

Oppure posso evitare, evito, allontano da me sempre di più. Sempre di più non voglio vedere, non voglio sentirne parlare, sarò assente dai contesti dove quel qualcosa si manifesta. Avrò creato così un altrove a me alieno, sempre meno conosciuto e quindi sempre più minaccioso, da cui finirò col dovermi difendere. Se si avvicinerà troppo a me scatteranno meccanismi di difesa per continuare a mantenere le distanze . E questo altrove si configura come elemento perturbatore del mio ambito protetto, come nemico del mio status quo. Le intromissioni saranno campo di conflittualità.

Ogni volta che prendevo una multa mi sentivo malissimo. Mi arrabbiavo con il vigile che aveva lasciato quel foglietto giallo sulla mia auto, ipotizzavo che avesse sbagliato la targa o il tipo di infrazione, sospettavo che un altro automobilista avesse spostato la comunicazione dalla sua auto alla mia, insomma non potevo ammettere di avere commesso una infrazione, di avere fatto qualcosa di sbagliato - e certamente avevo parcheggiato in un qualche divieto di sosta o avevo sforato i tempi!

Per il mio Perfezionista avevo esattamente fatto male una cosa che certamente dovevo saper fare correttamente, non importa se era un'ora di punta - le otto di sera- se gli spazi di parcheggio erano inferiori al numero delle macchine dei residenti e se nella zona in cui abitavo c'erano quattro ristoranti, due pubs, due cinema, un teatro e l'Aula Magna dell'Università a richiamare affluenza.

Per il mio Perfezionista non ero stata capace di parcheggiare- sfido, io!- e il vigile multatore mi aveva punito con una sanzione, esattamente come un genitore che sgrida un bambino che fa un malestro.

Sono sempre contenta se con una persona amica o col mio partner decidiamo di andare a vedere proprio quel film che aspettavo e che stanno dando per l'ultimo giorno, se entrambi andiamo a salutare volentieri gli stessi amici, o decidiamo di fare una passeggiata insieme. Le ragioni dell'altro magari sono diverse dalle mie: io voglio vedere quel film e l'altro vuole passare due ore in compagnia, o vuole distrarsi dai suoi pensieri; io voglio incontrare quegli amici perché mi danno allegria, l'altro perché vuole mettersi d'accordo per le vacanze; o viceversa.

Nello schema delle dinamiche relazionali entrambi permettiamo il soddisfacimento del nostro bisogno e di quello dell'altro. Entrambi siamo genitori buoni e figli riconoscenti e grati * verso l'altro.

Ma quante volte ci succede, e spesso nella coppia, che un disaccordo sulle attività e i tempi da condividere generi una corrente di tensione dove i ruoli di buoni genitori e di figli riconoscenti che avevano animato l'incontro o l'innamoramento vengono disattesi e " ... bisogna sempre fare come vuoi tu! " oppure " Tanto con te di certe cose non se ne può parlare! " o ancora " E' meglio che faccia da sola/o, se no..." fino a " Non riusciamo mai a fare ... insieme / come voglio io! "

Queste tensioni ci allontanano e gli aspetti dell'altro che portano i nostri rinneghi ci danno fastidio e cominciamo a giudicarli. L'altro non è più buono con noi, né genitore buono, né figlio grato. Ritiriamo così il nostro consenso rasserenante e, per difenderci da questo 'abbandono' attacchiamo, provocando una reazione a catena di abbandono e autodifesa.

Abbandonati siamo soli, indifesi, vulnerabili. Attaccando ci proteggiamo e allontaniamo da noi chi o cosa vuole mettere in discussione il nostro assetto di stabilità ben protetto dai' io sono fatto così ' dei nostri Sé Primari, che dalla nostra infanzia si sono costituiti a nostri protettori. La sensazione di disagio che viviamo nei momenti di tensioni conflittuali oscilla fra il bisogno di continuare a litigare accusando l'altro e la necessità di manifestare i nostri bisogni più profondi che questi momenti di vulnerabilità ci aiutano a riconoscere quando riusciamo ad ascoltarli.

Un pre-giudizio, qualcosa che ci spaventa, uno schema automatico di risposta generatosi molti anni fa nella nostra storia personale, una dinamica relazionale che cambia sono potenziali conflittuali. Che agiscono a livelli individuali, ogni volta che entriamo in contatto con altri in relazioni più o meno impegnative, quale che sia la loro durata ed intensità.

Inoltre in questi schemi di funzionamento possiamo rintracciare parte delle origini di conflitti attivi fra gruppi di persone, partiti, popolazioni, razze, Paesi.

Scoprire, nella storia personale individuale, quali schemi automatici si attivano, quali vulnerabilità vanno da noi protette, quali situazioni ci mettono a rischio può quindi essere un passo verso una maggiore serenità individuale, verso un ampliamento della percezione di sé e dei propri bisogni vitali, verso una più consapevole chiarezza di scelte a livello di vita privata, professionale e sociale.

Cominciamo?

-provate a fare una lista a due colonne delle cose/persone che vi piacciono e che non vi piacciono, mettendo sulla stessa riga gli opposti
-annotate, per una settimana o due, tutti i commenti giudicanti che vi capita di formulare su cose o persone, anche se non li esprimete. Non barate e non censuratevi, non chiedetevi se avete ragione o torto.


BUON LAVORO!








Fernanda Abiuso, Counselor Voice Dialogue, socia e membro del Direttivo di Voice Dialogue Italia, propone incontri individuali e di gruppo sulle tematiche del cambiamento e della ri-lettura della propria storia personale.
Info - 333 3837291 -calicantus@gmail.com

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