LA SAGGEZZA DELLA VULNERABILITA'
traduz. di Fernanda Abiuso
seconda parte
A questo punto passo dal personale al geopolitico e parlo della Bosnia perché è là che ho capito quanto possa essere
pericoloso rinnegare la vulnerabilità. Userò la Bosnia come un esempio, ma le stesse dinamiche si creano ovunque. Perfino
ora, sei anni dopo la "pace", dopo gli Accordi di Dayton, le ferite sono profonde in Bosnia-Herzegovina - nel paesaggio,
negli edifici, negli esseri umani. Come terapeuta avevo visto la sofferenza individuale molto da vicino, ma mai ero stata
così immersa e circondata da un intero territorio ancora scosso dalle conseguenze della distruzione di massa, della guerra e
del male. Tutto quello che potevo fare era dire a gran voce: "Come possono gli individui farsi questo?"
Sebbene il grande enigma del male rimanga irrisolto, il concetto di "sogno di invulnerabilità" ci aiuta a sistemare alcuni
tasselli. Secondo me, ogni forma di fondamentalismo - essere fanatici Cristiani, Ebrei o Musulmani, Nazisti, Fascisti o
Comunisti, o semplicemente operare in nome del "patriottismo" - crea una sicurezza illusoria. Invece di sperimentare quanto
odiamo e temiamo la nostra vulnerabilità, cerchiamo di sbarazzarci della vergogna suscitata da ciò che definiamo debolezza,
dividendo il mondo in bene e male, in forti e deboli, in retti e infedeli; poi ci poniamo al sicuro fa i
buoni/forti/retti.
Poiché il rinnego della vulnerabilità rende impossibile l'empatia, ci sentiamo liberi di trattare i cattivi/deboli/infedeli
come totalmente diversi da noi, quasi come non fossero esseri umani. Da qui e con "Dio dalla nostra parte" ci vuole molto
poco ad attaccare questi "mostri" usando la violenza. Ovviamente questi "Altri" si sentono il pieno diritto di vendicare i
nostri attacchi. Il ciclo della violenza è iniziato. Così, è esattamente tutto quello che facciamo per proteggerci, per
ricercare l'invulnerabilità, che diventa l'inizio della nostra distruzione.
Per vedere come questa negazione della vulnerabilità ci renda facili prede di ogni genere di tiranni manipolativi,
semplicemente considerate con quale estrema semplicità Slobodan Milosevic ha giocato con degli elementi di grandezza, di
odio per gli altri presenti all'interno della cultura serba e nella popolazione serba, altrimenti pacifica.
E' tristemente vero che nella guerra in Bosnia tutti hanno commesso atrocità. Tutte le vittime dei tre fronti meritano la
nostra empatia così come tutti i criminali di guerra meritano di essere giudicati in una Corte di Giustizia. Ma è
incontestabile che i Serbi siano stati attori del maggior numero di crimini e che solo loro hanno usato lo stupro e il
genocidio sistematicamente e strategicamente.
Come Branimir Anzulovic scrive nel suo libro "Heavenly Serbia: dal mito al genocidio", "... la forza prima che induce al
genocidio non è la patologia degli individui che lo organizzano e lo perpetrano, ma la patologia delle idee che li guida.
Queste idee sono spesso prodotte e propagate da persone comuni che possono non essere consapevoli delle conseguenze della
loro fuga dalla realtà verso il mito". Molti dei miti che permeano la cultura e la religione serbe, scrive Branimir,
contengono promesse utopistiche di una società perfetta che può essere creata solo dalla sterminazione di quei gruppi
accusati di ostacolarne lo sviluppo. Sono anche importanti in rapporto alla cultura serba le teorie che la psicoanalista
Alice Miller espone nel suo libro "For Your Own Good: la crudeltà nascosta nell'educazione dei bambini e le radici della
violenza". La Miller spiega come pratiche autoritarie dei genitori abbiano fatto sì che una generazione di Tedeschi fosse
più disposta a commettere sistematicamente atti crudeli. Pratiche educative in cui i bambini vengono picchiati, sgridati,
derisi e fatti vergognare. In altre parole, viene violata la loro vulnerabilità. Il che è più che sufficiente per creare
adulti vendicativi, "esecutori potenziali" come Daniel Golhagen li ha definiti. Un nuovo manuale su metodi più umani per
crescere ed educare i bambini è stato ben accolto nell'area dei Balkani; sembra quindi che il desiderio di una società
meno violenta sia ora molto forte.
Con nostra grande sorpresa, quando all'Aia abbiamo visitato il Tribunale Internazionale delle Nazioni Unite per i Crimini
di Guerra nella ex Yugoslavia, Dr. Allen ed io abbiamo trovato un modello di quello che le popolazioni di territori in
guerra dovrebbero imparare se vogliono creare un processo di pace. Lì abbiamo intervistato le persone responsabili della
protezione dei testimoni sia per l'accusa che per la difesa degli accusati di crimini di guerra. Abbiamo chiesto al
personale della Protezione dei Testimoni come riuscissero a trattare correttamente e con rispetto tutti, anche quelli che
molto probabilmente erano stati violentatori e assassini di massa. E ci hanno descritto un processo di riconoscimento
della loro vulnerabilità personale - l'opposto del negarla. Permettendo a se stessi di tollerare la pena del proprio
orrore, della rabbia e della repulsione, riuscivano ad essere liberi di anteporre la loro fiducia nei diritti umani e nella
giustizia agli impulsi di vendetta. Se non avessero ammesso di provare queste emozioni così negative, esse avrebbero
potuto prendere il sopravvento. In altre parole: hanno potuto controllare le loro emozioni perché si sono concesse di
sentirle. "Le persone che sono consapevoli della propria vulnerabilità", scrivono Stalsett e colleghi, "cercano più
frequentemente la cooperazione che non il confronto o il conflitto. Questa semplice osservazione è anche valida a livello
internazionale... la storia è piena di esempi del fatto che l'idea che una persona, una nazione, una regione o una
"cultura" possano essere garantiti da ogni forma di vulnerabilità, conduce di fatto ad escalation di conflittualità e
brutalità nei rapporti umani". Tutti i governi che si accingono a vendicare il terrorismo dovrebbero ricordarsi di questo.
I nostri viaggi in Bosnia - Erzegovina hanno scosso la mia anima, ma mi hanno aperto gli occhi. Beverly Allen ed io abbiamo
intervistato persone dei tre gruppi in conflitto, in diversi contesti di vita e provenienti da classi sociali diverse. Due
interviste in particolare, una dopo l'altra, ci hanno molto colpito e possono costituire una lezione sull'importanza della
vulnerabilità. La prima con una contadina musulmana che, durante la guerra, aveva subito violenza da parte di un gruppo di
vicini serbi mentre suo figlio di 10 anni era costretto a guardare. Moglie di un uomo sopravvissuto lui stesso a spietate
torture. Quando le abbiamo chiesto se nutriva sentimenti di vendetta, ci ha risposto con tristezza e calma che sperava che
quelli che avevano commesso tante atrocità venissero portati in tribunale. Tuttavia lei non rimproverava tutti i Serbi. E,
mentre ci raccontava i particolari di questa vicenda, accarezzava i capelli neri della sua bimba di 3 anni che teneva in
braccio con tenerezza. Il contrasto fra le immagini delle atrocità riferite dalle sue parole e i suoi gesti amorevoli era
difficile da sostenere. Come poteva quel suo corpo contenere allo stesso tempo quelle due realtà? Questo è esattamente cosa
significa non scindere. La seconda intervista con una donna scolarizzata, serbo bosniaca, di Banja Luka, la capitale
"etnicamente pulita" della Repubblica Serba,
sopravvisuta alla guerra senza avere subito particolari perdite o offese. Contrariamente alla maggior parte delle altre
donne che abbiamo intervistato, parlava con amaro risentimento dei Musulmani e dei soldati delle Nazioni Unite che avevano
arrestato Serbi accusati di crimini di guerra sotto gli occhi dei loro bambini - cosa che questa donna, con assoluta mancanza
di visione prospettica, considerava un abuso orribile. Anche questa intervista fu difficile da sopportare, ma per il fatto
che era così chiusa, cosi insensibile nel suo negare i crimini commessi in nome del suo popolo.
Quale di queste due donne avrà maggiore probabilità di manifestare una capacità di amore più o meno normale? Ipotizzo,
ironicamente, che sarà la vittima, che dimostra di essere in un processo di guarigione, mentre l'altra sembra congelata
nell'evitarlo.
Alcuni raccomandano di stare attenti a non attribuire una colpa collettiva a tutta una popolazione soggetta ad una
dittatura guerrafondaia. Enver Djuliman del Norwegian Helsinki Committee, così risponde nel suo articolo "La
Riconciliazione Difficile":
"Ogni singolo cittadino ha la responsabilità di ciò che un dittatore fa, poiché nessuna dittatura può essere mantenuta
senza il tacito assenso della popolazione. E' successo anche che siano stati rieletti, anche ripetutamente, regimi che si
sono macchiati dei peggiori crimini. La responsabilità personale termina qui? O gli individui sono anche responsabili per
l'atmosfera dominante del paese che permette il costituirsi di regimi criminali". E qui torniamo al nostro tema. Perché ora
è chiaro che tipo di forza radicale può essere il lavoro di tutti i terapeuti e delle figure di aiuto. Naturalmente i
leader hanno sempre più responsabilità di quelli da loro guidati. Comunque, il modo in cui conduciamo le nostre vite
personali ha ripercussione sul nostro mondo. Quando noi rispettiamo ed accogliamo sia la forza che la vulnerabilità nostre e
dei nostri pazienti, noi determiniamo un impatto sulla "atmosfera dominante" della società in cui viviamo tale da
contribuire alla prevenzione del "costituirsi di regimi criminali". Dr. Nigel Sykes del St. Christifer's Hospital, Gran
Bretannia, afferma che si compie una funzione pubblica nel momento in cui si sperimenta la morte di un famigliare. Si
contribuisce a dare forma alla relazione con la morte non solo di quella famiglia, ma di tutta quella società e delle
generazioni future.
Lo stesso accade quando si onorano la vulnerabilità e la forza: ciascuno di noi aiuta la società a vaccinarsi contro
l'intolleranza, l'odio e la guerra nel momento in cui accetta di testimoniare la sofferenza con forza, dolcezza, ascolto
e attenzione alle emozioni. E la pace potrebbe cominciare da qui.
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