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Traduz. Fernanda Abiuso (1° parte)
Susan Schwartz Senstad ha lavorato per 20 anni come psicoterapeuta famigliare, introducendo il Voice Dialogue in Norvegia nel 1986, dove ha formato come facilitatori molti insegnanti, terapisti e personale di sostegno. Il suo primo libro, 'Music for the third ear', apprezzato dalla critica ed edito in cinque paesi, racconta di una coppia che cerca di scappare dalla guerra in Bosnia. In collaborazione con Beverly Allen ha scritto 'Daring to trust' lezioni di vita da donne in Bosnia, basato su interviste fate a donne in Bosnia sulla oro capacità di rigenerazione e recupero. Riportiamo un adattamento da una conferenza tenuta dalla Senstad nel 2001. LA SAGGEZZA DELLA VULNERABILITA'
Quando ho accettato di parlare della vulnerabilità e del valore della sofferenza ero ben
consapevole delle implicazioni relative a questo tema. Purtroppo, dopo gli attacchi dell'11
settembre a New York e a Washington, l'argomento è diventato sempre più urgente. La
sicurezza personale e geopolitica richiede vigilanza su due fronti: sicurezza fisica e
rispetto della vulnerabilità. In questi tempi di terrorismo potrebbe essere facile lasciare
che il primo si anteponga all'altro. Se lo permettiamo corriamo il rischio di contribuire
ad aumentare il pericolo già presente. Una valenza del dolore è quella di offrire la
possibilità di riconoscere la vulnerabilità, che può poi generare non solo tolleranza e
amore, ma anche sicurezza personale e politica. Approfondirò prima il livello individuale,
perché è da lì che inizia la storia del mondo. Poi amplierò la prospettiva per esaminare
l'importanza dell'impatto che il lavoro di tutti coloro che si prendono cura dei malati
terminali e delle loro famiglie, hanno sulla società. Non meraviglia che la vulnerabilità
sia un tema difficile da trattare: è solitamente associato unicamente a manifestazioni di
debolezza di cui vergognarsi. Preferisco perciò usare la definizione data da Hal e Sidra
Stone nel loro libro 'Partnering'. Essere vulnerabili, spiegano, significa essere autentici
e presenti, non nascosti in una corazza difensiva. "Quando siamo capaci di sentire la
nostra vulnerabilità, siamo in grado di sperimentare l'ampia gamma delle nostre reazioni
al mondo esterno... i nostri bisogni fisici il nostro desiderio di intimità, e tutte le
nostre reazioni più profonde: amore, desiderio, paure, timidezza, insicurezza, disagi". Un
teologo norvegese, Sturla Stalsett, ha scritto con alcuni colleghi un meraviglioso
trattato intitolato 'Vulnerabilità e sicurezza, dove, con un linguaggio diverso, dice: "La
vulnerabilità è la singolare capacità di ricettività ed empatia che permette a tutti gli
esseri umani di riconoscere ed accettare la propria responsabilità etica per l'altro, per
la comunità e per l'ambiente. Contro questo aspetto della vulnerabilità noi non dovremmo
proteggerci. Al contrario è un necessario presupposto per quel genere di sicurezza che non
riguarda solo la propria sfera personale o di proprietà personale, basata su una implicita
assunzione che la possibilità crei il diritto. Ho imparato qualcosa sul valore della
vulnerabilità con una delle persone cui tenevo di più: mio padre. Sembra che ci
specializziamo in quello di cui abbiamo bisogno: non per altro sono diventata terapeuta
famigliare. Mio padre era una brava persona ma un uomo del suo tempo, un patriarca dal
cuore buono, un dittatore benevolo. "Il babbo è come un dio" dicevamo io e mia
sorella. "Ma con Dio è più facile mettersi in contatto". Si presentava come forte, sicuro
di sé, deciso, e perfettamente invulnerabile. Immaginate quindi quale sia stato lo shock
nello scoprire che aveva un tumore al pancreas e ancora poco da vivere. Aveva solo 63
anni ed io 33. Come dovevo aiutare me e lui con tutta la mia competenza di terapia
famigliare? Da un lato pensavo che il mio ruolo era di motivarlo a combattere contro la
malattia. Certamente un uomo così possente poteva avere la meglio sulla morte, se
realmente lo voleva. Piangendo gli leggevo da Dylan Thomas "Non entrare gentilmente in
quella buona notte/rabbia, rabbia contro il morire della luce." O forse il mio compito
era di riconciliarlo con la morte. Ma come potevo farlo se non aveva mai condiviso con me
i suoi problemi? E come farlo quando tutta la mia famiglia era così attaccata al mito
della sua onnipotenza, e molto più attenta a tenerlo imprigionato in quel mito, di quanto
riuscissimo a rendercene conto? "E se fai un lavoro che non ha niente a che fare con la
morte del padre?" commentava un’amica "e se tu gli parlassi semplicemente come una
figlia?" E così ho fatto.
Ho avvicinato una sedia al suo letto in ospedale e gli ho detto "Babbo, ti voglio bene.
Non andartene, per favore." Ho posato la testa sul suo petto e lui mi ha accarezzato i
capelli per una buona mezz'ora. Siamo stati fortunati a riuscire a piangere insieme. Ho
ritrovato mio padre una settimana prima di perderlo definitivamente. Cosa era successo?
Il dolore ci aveva fatto dono della possibilità di infrangere quello che Stalsett e
colleghi chiamano il nostro 'sogno di invulnerabilità' condiviso, e questo aveva aperto la
strada all'amore. Devo chiarire che non sto idealizzando la sofferenza; questo non è peana
per il masochismo. Né voglio scoraggiare chi li cura dall'alleviare il dolore che genera
nei pazienti la loro preziosa vulnerabilità. Si tratta piuttosto di riconoscere il dono
che la vulnerabilità può offrire. Né voglio fare distinzione fra dolore fisico e
psicologico anche se sono molto diversi. Come Elaine Scarry sottolinea nel suo importante
libro The Body in Pain, il dolore fisico è al di fuori del regno del linguaggio; non ha
obiettivi - non riguarda niente altro che se stesso; semplicemente è. Come tale ha il
potere di spazzare via l'intera gamma degli affetti psicologici, che siano piacevoli o no.
Tuttavia non c'è dolore fisico senza una consequenza psicologica. Talvolta, quando il
dolore fisico è l'esperienza di un dolore psichico represso, i due si sommano.
Diciamo che uno ha il cuore infranto per le pene di amore perché il nostro sistema
nervoso comunica ferite emotive e ferite fisiche esattamente attraverso gli stessi
circuiti elettrochimici. Mi ricordo che il giorno in cui divorzai dal mio primo marito, il
mio dolore emotivo era così fisicamente concreto che continuavo a stupirmi che la mia
camicetta non traspirasse letteralmente sangue. E' importante non fare distinzioni fra
dolore fisico ed motivo per evitare di farsi sedurre da una illusoria separazione
corpo/mente. C'era un palo nel vecchio Ospedale Centrale di Oslo con una ventina di
cartelli con frecce che indicavano: occhi da una parte, gola dall'altro, cuore di qua e
apparato intestinale dietro l'angolo. Talvolta può sembrare che il progetto medico
complessivo sia di riuscire a riparare tutte le parti del corpo umano separatamente senza
trattare con nessun essere umano. In alcune culture antiche l'idea di separazione
corpo/mente è parte di un percorso d’ amore verso tutti gli esseri viventi; il controllo
mentale è coltivato come una protezione contro il rischio di essere in balia di ogni
emozione forte. Nella nostra cultura, comunque, diventa facilmente una forma di
separazione, un dualismo strumentale, un tentativo di portare la natura sotto il controllo
dell'uomo, come se questo fosse indubbiamente un buono scopo da avere- un’ espressione del
sogno di invulnerabilità. Il fatto che la vulnerabilità possa essere un elemento positivo
che richiede apertura non significa, comunque, che si debba andare in giro per il mondo
senza alcuna difesa. Tutti dovremmo essere attrezzati con una serie di ben forti e
funzionanti meccanismi di protezione, perché ne abbiamo bisogno. Al di là della protezione
del nostro ego sociale stanno aggressività, avidità, passioni che sfuggono al controllo
morale. Vi basta fare una visita in un centro per bambini abbandonati per vedere la
brutalità dei nostri impulsi primitivi, non civilizzati, prima che siano sottoposti al
nostro controllo cosciente. Sotto la nostra corazza difensiva si nascondono le nostre
reazioni a tutti i traumi, vecchi e nuovi - ferite da perdite, paure, shock, umiliazioni,
fallimenti, abbandoni - il bagaglio emotivo che ci portiamo dietro dall'infanzia. Per
contenere tutto questo abbiamo bisogno delle nostre difese. Bambini senza meccanismi di
difesa possono finire istituzionalizzati.
Né la labilità - un continuo spostamento da una forte emozione ad un' altra - contribuisce
ad una vita felice. Ma la ricerca della supremazia e del controllo, il tentativo di
evitare tutto il dolore, agisce come un lucchetto serrato che non ci permette di aprire la
cassa del tesoro della vulnerabillità. Come Hal e Sidra Stone scrivono, "Il paradosso è
che se non abbiamo accesso alla vulnerabilità, non sappiamo chi siamo e cosa ci piace o
non ci piace, cosa ci fa felici o tristi". Provate ad essere felici o creativi con le
difese spinte al massimo, o cercate di fare l'amore, amore appassionato, con la vostra
corazza ben serrata: un fiasco garantito! Senza accesso alla vulnerabilità non siamo in
grado di provare empatia e di sviluppare un personale senso etico. Senza accesso alla
vulnerabilità ogni incontro diventa un gioco di potere, una lotta per il controllo e per
la posizione sociale.Come ho imparato sul letto di morte di mio padre, è stato soltanto
quando siamo stati capaci di accogliere la vulnerabilità nostra e dell'altro, quando
abbiamo accettato di confrontarci col fatto che lui era 'solo' un essere umano, mortale e
vulnerabile, che ci siamo potuti veramente incontrare, anima con anima.
Il dono della sofferenza. Troppo controllo inibisce, troppo poco genera caos. Troppa
vulnerabilità spaventa, troppo poca è tragica e crea solitudine. Abbiamo bisogno sia di
controllo che di apertura, sia di protezione dei nostri confini che dell’ abilità di
ritirarli. I problemi iniziano quando definiamo qualcosa in termini di opposti e scegliamo
solo il controllo. Nell'ipotesi peggiore il pensiero per opposti che implichi una totale
negazione della vulnerabilità è un chiaro segnale di pericolo dal punto di vista
diagnostico. L'uso di meccanismi di difesa di scissione e di negazione può indicare
disordini borderline del carattere. Per fortuna la maggior parte di noi non soffre di
questi disordini. Più spesso di quanto ci piace ammettere, comunque attiviamo difese di
stile borderline. Per esempio ci capita di negare la vulnerabilità dei nostri pazienti: -
potremmo indirettamente incoraggiare i nostri pazienti a mostrare un coraggio esagerato
così che poi si vergognano, se ci deludono, per non essere stati così coraggiosi come noi
avevamo inconsciamente indicato che avevamo bisogno che loro fossero - potremmo
oggettivarli, focalizzandoci intensamente sull'aspetto tecnico della loro sofferenza; -
potremmo nutrire un segreto narcisismo nel nostro desiderio di alleviare tutte le
sofferenze, una cosi detta mania di guarigione - potremmo anche arrabbiarci quando i
pazienti non confermano la nostra onnipotenza e continuano a rimanere ammalati, come
quando dimostrano la nostra impotenza nell'allevare il loro rifiuto dei loro corpi
assediati dai tumori. Un altro modo in cui potremmo proteggerci con difese tipo borderline
è il rinnegare la nostra vulnerabilità: - potremmo usare la nostra competenza e la nostra
razionalità scientifica come uno scudo - potremmo esibire un inconscio bisogno di
mantenere chiari i compiti del ruolo: i pazienti devono essere vulnerabili mentre noi
dobbiamo essere forti. Helen Bamberg, che ha creato il Centro Medico a favore delle
Vittime di Tortura a Londra, lei stessa sopravvissuta al campo di concentramento di
Bergen - Bergen, ci dice come coloro che si sono presi cura dei prigionieri liberati dai
campi, abbiano fatto un buon lavoro fino a quando questi non divennero più forti,
iniziarono ad avere opinioni personali e, quel che è peggio, a sfidare la loro autorità.
Ciò rese furioso l'ego ansioso di chi li stava aiutando: avevano perso il loro monopolio
della forza. - potremmo comportarci come se le nostre risorse energetiche fossero senza
limiti e sovrastimare la mole di lavoro che responsabilmente possiamo affrontare. Recente
è il caso di due infermiere che, addormentatesi nella seconda parte di un doppio turno,
non hanno sentito l'allarme di una paziente cardiaca in terapia intensiva che stava
morendo. Talvolta sembra che le politiche amministrative del servizio sanitario contino,
e perfino sfruttino, la negazione del personale della propria vulnerabilità.
Dovete sempre fare qualcosa; non siete capaci semplicemente di stare con una persona che sta soffrendo perché avete bisogno di distrarvi dalla tensione emotiva che la situazione vi crea? |