I SE' NELLO ZAINO
(settembre 2005)
Esperienze di Voice Dialogue con gli adolescenti
(Eliana Sabatini)
L’idea di sperimentare la psicologia dei sé con un gruppo di adolescenti è nata un pomeriggio in cui casa mia era “invasa” da alcuni amici di mia figlia: età media intorno ai 16 anni, curiosi, rumorosi, a volte teneri e a volte strafottenti, insomma adolescenti “standard”. Sentendoli parlare tra loro mi sono resa conto di come fossero estremi nelle loro idee e nei loro giudizi, ma anche di come fossero aperti alle novità e di quanto entusiasmo fossero capaci; colpita da questa idea e da questo diverso modo di vederli ho focalizzato le mie esperienze e conoscenze della psicologia dei sé su questa età ed ho loro proposto un lavoro di gruppo.
La scelta di lavorare in un gruppo ha assecondato la modalità tipica adolescenziale dell’aggregazione tra simili, contesto nel quale ci si sente sostenuti e nel quale è quindi possibile sperimentarsi.
In questa età di passaggio e di incertezza cerchiamo punti fermi che ci diano chiarezza e sicurezza e li troviamo nei nostri sé primari, che strutturandosi in un sistema forte ed efficiente formano la nostra identità.
Per ampliare la conoscenza di questo sistema “in formazione” ho proposto l’esplorazione delle polarità che sono spontaneamente emerse partendo da un vissuto personale e utilizzando strumenti quali il collage, la musica, il movimento, il travestimento, il cibo e altro ancora.
Poter fare questo in gruppo ha permesso ai ragazzi di verificare come a volte gli altri ci percepiscano in modo assai diverso dal nostro; in altre parole è stato possibile sperimentare in modo diretto come gli aspetti di noi che ci affanniamo tanto a tenere nascosti, ovvero i nostri sé rinnegati, vengano visti benissimo dagli altri.
L’obiettivo è stato quello di allargare la visuale di ognuno e verificare come modalità abitualmente non agite abbiano comunque delle qualità positive; questo è stato possibile proprio lavorando in gruppo e constatando come le caratteristiche tanto apprezzate da uno possano essere rinnegate in un altro e, poiché “l’altro” è un amico o comunque un compagno, avere per questo più facilità ad accettarne l’esistenza.
La prima tecnica che abbiamo utilizzato è stata quella del collage, perché quando l’idea di sé è ancora confusa e mutevole le parole sono spesso inadatte per esprimere quello che si agita dentro di noi; l’immagine non parla solo alla nostra parte razionale ma, soprattutto, a quella emotiva e intuitiva, e permette di cogliere in modo immediato anche aspetti nascosti o troppo delicati per poter essere detti.
Un altro aspetto del collage che lo ha reso gradito ai ragazzi è la sua struttura mutevole, si possono togliere o aggiungere cose, completare o modificare un’immagine con un disegno o una scritta, e il tutto non assume mai una struttura rigida e fissa. Il collage è proprio come loro: sempre in movimento, interiore ed esteriore, può mostrare o nascondere agli altri, può crescere o ritirarsi. Non è fermo come una foto, bensì scorre come un film.
Un elemento che ci ha accompagnato in tutti i nostri incontri è stata la musica, la loro musica, spesso caotica e con toni incalzanti; parlando con loro viene fuori quanto questo tipo di musica possa essere rassicurante per chi avverte un gran caos dentro di sé; sentirlo fuori da sé vuol dire poterlo condividere, vuol dire che non è solo mio, anche gli altri lo sperimentano e io posso sentirmi “normale”.
Musicare le polarità è stato sorprendentemente facile, nei loro zaini i CD non mancano mai! Hanno accolto volentieri la proposta di abbinare un pezzo musicale a una caratteristica individuata precedentemente, ed è stato possibile riportarla anche al corpo e ai suoi movimenti nella danza (inizialmente osteggiata, ma pian piano provata da tutti).
È stato interessante constatare come lo stesso brano musicale possa evocare emozioni diverse e come, parallelamente, uno stesso episodio vissuto da tutti abbia suscitato in ognuno diverse emozioni evidenziate dalla musica scelta per rappresentarlo.
Dopo aver sperimentato la musica e la danza il passaggio alla rappresentazione della polarità è stato spontaneo; utilizzando il travestimento è stato possibile mettersi letteralmente nei panni dei vari personaggi, ovvero i vari sé, e quando ho messo in mezzo alla stanza un mucchio di vestiti ed accessori, non è stato necessario un grande incoraggiamento perché cominciassero “le prove”.
Inizialmente ognuno ha scelto un look col quale sentirsi a proprio agio e quindi il risultato non è stato molto diverso dall’abbigliamento iniziale: a scegliere era stato lo stesso sé primario che li aveva consigliati prima di uscire di casa.
Ma già dopo questo primo “giro” i commenti scambiati gli uni con gli altri hanno fornito gli elementi con i quali proseguire il lavoro, hanno cominciato a provare qualcosa di diverso per loro e successivamente hanno anche “messo in scena” un episodio nel quale si sono concessi di agire i sé rinnegati rappresentati da quel particolare look.
Il divertimento generale ha esaltato l’impatto dell’esperienza; alcuni sé esplorati avevano avuto un nome e buone probabilità di utilizzo in futuro, ma non in maniera casuale o improvvisa bensì deliberatamente richiamati.
I nostri incontri continuavano, l’affiatamento nel gruppo aumentava e questo mi ha suggerito l’idea di organizzare una cena un po’ speciale.
Quando ho proposto di abbinare un cibo alle polarità che emergevano (partendo come sempre da un vissuto personale) nessuno si aspettava che poi avrebbe dovuto cucinarlo! Dovendo forzatamente mettere insieme in uno stesso piatto i cibi abbinati precedentemente è stato subito chiaro che, per avere un risultato almeno accettabile, si doveva intervenire sensibilmente sulle quantità; lo stimolo ad un buon risultato era forte perché quella era la cena!
Oltre che divertente è stato interessante vederli elaborare mille modi per combinare il gelato con le patate lesse, o con le zucchine, condire l’insalata col caffè e caramellare le carote per unirle alla papaja; alcune combinazioni sono risultate gradevoli, anche se insolite, e questo ha portato a considerare la possibilità di tentare combinazioni insolite anche con le caratteristiche personali (ovvero i propri sé interiori).
Inoltre un approccio al cibo così diverso dal solito ha portato ad alcune considerazioni sul loro rapporto col cibo stesso; è stato così possibile sperimentare che il sapore o la consistenza non sono sempre gli elementi che ci fanno scegliere un cibo piuttosto che un altro: sarò restia a mangiare zucchine se le abbino alla stupidità mentre consumerò superalcolici, anche se non li gradisco tanto, se li associo all’indipendenza.
L’esperienza fatta con questo gruppo di ragazzi ha ulteriormente radicato in me la convinzione, già molto forte fin dall’inizio, che molto possa essere fatto con e per loro utilizzando la psicologia dei sé.
La differenza con le tante altre proposte esistenti sta nel poter fare esperienza diretta della realtà energetica dei sé interiori: di come cambiano i pensieri, i desideri, le regole e gli atteggiamenti quando ci spostiamo da un sé al un altro, e di come tutto questo sia normale.
Alcune delle tecniche sperimentate nel gruppo sono state così ben recepite da essere utilizzate tutt’ora in modo del tutto indipendente e i molti riscontri che i ragazzi mi hanno dato mostrano come, in molti casi, la loro vita si sia “alleggerita”, non tanto perché sia cambiata nella realtà dei fatti ma perché è cambiata la loro percezione dei fatti stessi.
Lavorare con loro è stato gioioso e divertente, il coinvolgimento nell’esperienza è stato molto forte anche per me, che mi sono messa in gioco ogni volta, e tutti siamo usciti arricchiti da questi incontri.