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TU E IO: INCONTRO, SCONTRO E
CRESCITA Prefazione
alla seconda edizione italiana
(Enrico Cheli*) L’importanza
delle relazioni con gli altri e il ruolo della comunicazione
Nelle attuali
società occidentali il problema primario non è più la mera
sopravvivenza ma la qualità della vita, che dipende in larga misura
dalla qualità delle relazioni con gli altri – affettive, lavorative
e sociali in genere. Avere buone relazioni non è questione di
fortuna, non dipende dal frequentare le persone giuste o
dall’incontrare il principe azzurro o la fata turchina, ma dalla
nostra capacità di comunicare con consapevolezza: comunicare
con gli altri ma anche comunicare con noi stessi poiché, come vedremo
– e come ben mostrano gli autori di questo libro - queste due
dimensioni del comunicare sono strettamente interdipendenti. La
comunicazione costituisce la dimensione primaria della vita e
dell'azione sociale degli esseri umani e può essere considerata
metaforicamente come il tessuto connettivo e nervoso della società.
Tuttavia il riconoscimento della centralità sociale della
comunicazione è un fenomeno piuttosto recente e ancora largamente
incompleto, preparato dal diffondersi del pensiero democratico nel
XVIII secolo, ma emerso soltanto nel corso del XX secolo, sia a
seguito dell'enorme sviluppo dei media, sia grazie alla
“rivoluzione” culturale degli anni ’60 e alla conseguente rapida
crescita della quantità delle relazioni interpersonali e della libertà
con cui sono vissute[1].
Al giorno d’oggi, specie tra le generazioni più giovani, un
individuo medio può incontrare in una settimana - di persona oppure
on line - più persone di quante i propri nonni incontrassero in tutta
una vita, può sperimentare liberamente nuove forme di relazione, può
vivere a proprio modo la sessualità e gli affetti, senza subire
riprovazioni sociali né essere messo al bando dalla propria comunità. Tutte queste cose, che oggi appaiono normali e scontate,
rappresentano una vera e propria rivoluzione rispetto al
passato, quando per la stragrande maggioranza delle persone il mondo
iniziava e finiva nel raggio di pochi chilometri dal luogo in cui
vivevano, e tutto ciò che si trovava oltre era completamente ignoto e
per lo più temuto. Si nasceva e si moriva all'interno di sistemi
socioculturali chiusi, in cui le idee, i valori, le credenze si
tramandavano immutate per secoli, e neppure si sospettava esistessero
altri "mondi", altre mentalità, altri modi di vedere la
realtà, e il raro contatto con culture “altre” era per lo più
contrassegnato da paura, rifiuto e ostilità. Il forestiero, lo
sconosciuto, il diverso erano guardati con timore e sospetto; le
diversità – nelle idee, nei comportamenti, nella religioni – non
erano tollerate, anzi erano fonte di scherno, di scontro o perfino di
guerra. Si pensi alla persecuzione degli eretici – la cui unica
colpa era di differenziarsi per alcuni aspetti dalla dottrina
ufficiale[2]
– o alle guerre di religione, prima tra pagani e cristiani, poi tra
cristiani e musulmani e infine tra cattolici e protestanti. La vita di relazione si svolgeva secondo regole e schemi
ferrei, cui dovevano conformarsi tutti i membri di una data comunità;
non era pensabile percorrere altre strade, cambiare le regole, vivere
il ruolo di genitore, figlio o coniuge in modi diversi dal resto della
comunità, se non subendo la riprovazione sociale o sanzioni perfino
più gravi. Si tenevano le distanze e ci si dava del lei o del voi
perfino tra marito e moglie, tra madre e figli, tra amici: il ruolo e
la posizione sociale erano preponderanti sulla personalità e
sull’identità personale; importava molto più cosa eri che
non chi eri – un nobile, un borghese o un contadino; un padre
o un figlio; un dipendente o un padrone; un docente o un discente.
L’autorità prevaleva sulla libertà, il controllo sulla spontaneità,
la formalità sulla creatività. In una società patriarcale basata sulla autorità, la comunicazione aveva un ruolo marginale. Comunicare, come ricorda l’etimologia del verbo[3],
comporta un flusso bidirezionale di informazione in cui vi è
partecipazione paritetica dei soggetti coinvolti – compartecipazione
appunto; nella società gerarchica del passato i flussi informativi
erano invece prevalentemente unidirezionali: c’era chi indottrinava
e chi imparava, chi ordinava e chi obbediva. Così come il mondo esteriore era uniforme, monolitico, anche
il mondo interiore era rigido e tutto d’un pezzo: solo alcuni tratti
della personalità erano ammessi e approvati dalla famiglia, dalla
comunità, dalla religione di appartenenza e tutto il resto andava
rinnegato, represso, rimosso. Gli uomini dovevano sviluppare solo ed
esclusivamente tratti maschili, le donne solo quelli femminili. Un
uomo non poteva, non doveva piangere, intenerirsi, commuoversi; una
donna non doveva mostrare forza, autodeterminazione, intraprendenza.
Il figlio di un guerriero non poteva avere una sensibilità artistica,
sarebbe stato uno shock per il padre, e quest’ultimo avrebbe fatto
di tutto per reprimere quel tratto e plasmare il figlio conformemente
alle proprie aspettative e diritti (perché – ricordiamolo - un
padre aveva diritto di vita e di morte sui figli). Una donna, tanto più
se popolana, non doveva avere doti di guerriera, e fin da piccola
veniva tenuta lontana da qualsiasi gioco o situazione del genere e
educata (ma sarebbe più corretto dire indottrinata) a
coltivare solo quelle doti che erano riconosciute utili ad una futura
moglie e madre. Se poi, nonostante tutta questa opera di prevenzione,
la donna aveva l’ardire di vestire abiti maschili e dedicarsi
all’arte della guerra, allora andava messa al rogo (Giovanna
d’Arco insegna). Mutamento culturale e rivoluzione comunicativa
Questo scenario patriarcale, autoritario, rigido e severo,
iniziò a mutare col rinascimento e ancor più con l’illuminismo, la
rivoluzione americana, la rivoluzione francese. Tuttavia è solo a
seguito della seconda guerra mondiale e della controcultura degli anni
‘60 che si è prodotto un mutamento sociale e culturale esteso a
tutta la collettività e non solo ad alcune classi sociali,
scardinando valori e regole vecchi di secoli e aprendo la strada ad
una maggiore libertà nel modo di vivere le relazioni con gli altri.
Nel giro di pochi anni si è passati da rapporti impostati su copioni
socialmente prestabiliti e rigidi a relazioni autodeterminate e
flessibili, dalla comunicazione formale alla spontaneità, dai tabù
sessuali alla totale libertà, dal controllo e repressione delle
emozioni all’espressività senza freni. Parallelamente, grazie allo sviluppo dei trasporti aerei e
soprattutto alla diffusione dei media, un numero sempre maggiore di
persone ha iniziato a conoscere, oltre alla propria, anche altre
società, culture e religioni, potendole confrontare tra loro e
aprendosi all'idea che possano esistere molteplici punti di vista
sulla realtà, con diritto di pari dignità, che possano esistere più
soluzioni ad uno stesso problema, più strade possibili per migliorare
la condizione umana. La globalizzazione comporta indubbiamente vari pericoli, ma
permette anche il nascere di una nuova e più ampia visione della
realtà, che considera le differenze culturali non più motivo di
conflitto, ma anzi una grande ricchezza dell'umanità che attende solo
di essere capita e utilizzata. Grazie alla comunicazione si va sempre
più verso una coscienza planetaria e una concreta possibilità di
coesistenza pacifica e convergenza di sistemi filosofici, culturali e
religiosi diversi (cfr. E. Cheli, 2001). L'interculturalità
rappresenta, sul piano macrosociale, quello che la comunicazione
interpersonale costituisce a livello microsociale, ed entrambi possono
portare a superare gli antagonismi basati sulla paura delle
differenze per giungere ad una sorta di "unità nella
diversità". La comunicazione produce una forte tendenza
all'unione, in quanto fa emergere punti di contatto, somiglianze e
complementarità tra le diverse persone, culture e religioni: finché
si rimane a livello superficiale, appaiono più evidenti le differenze
e gli antagonismi, ma se si va in profondità ci si accorge, man mano
che ci si avvicina al nucleo, che vi sono somiglianze e vere e proprie
identità tra una cultura e l’altra, tra una religione e l’altra,
tra noi e gli altri, e dallo scontro si passa al confronto e poi alla
collaborazione, o quanto meno alla reciproca tolleranza. Cadono i
dogmi e le ideologie, nate dall'idea egocentrica che esistesse
un'unica verità (sempre la propria) e ci si evolve in direzione di
una visione sempre più pluralista e relativista della realtà. Non più
un universo ma un pluriverso; non un Dio unico ma molti modi diversi
di rappresentare e contattare il divino; non più un individuo tutto
d’un pezzo ma un essere umano molteplice – l’uno, nessuno,
centomila di Pirandello – con una personalità complessa e
composita, costituita – come sostengono gli Stone - da numerosi sé
o sub-personalità, ognuna dotata di sue proprie caratteristiche e
degna di considerazione e rispetto. L’analfabetismo
comunicativo-relazionale
I conflitti
scaturiscono dalle diversità e sono per certi versi inevitabili; si
può però evitare che essi degenerino e divengano distruttivi – si
può anzi trasformarli in occasioni di crescita, talvolta addirittura
di collaborazione, utilizzando appropriatamente gli strumenti della comunicazione
consapevole: comunicazione con gli altri e anche con se stessi.
Tali strumenti non sono però alla portata di tutti, anzi, quasi di
nessuno. Sono strumenti nuovi, perché, come si è detto, è solo da
poco che la comunicazione ha acquisito importanza nelle relazioni
sociali: le società del passato erano infatti basate sulla autorità,
sul comando, sulla legge del più forte, e la comunicazione vi aveva
un ruolo molto periferico. Ecco perché la nostra civiltà - definita
“tecnologicamente avanzata” - è poco più che primitiva sul piano
comunicativo-relazionale. Ecco perché nessuno ci ha mai insegnato a
comunicare con noi stessi e con gli altri, ad impostare in modi sani e
costruttivi i nostri rapporti interpersonali, a gestire efficacemente
le nostre emozioni, ad esprimere appropriatamente i sentimenti.
Impariamo a parlare, a scrivere, a leggere ma nessuno ci insegna ad
ascoltare e comprendere realmente l'altro in quanto diverso da noi.
Studiamo galassie lontane milioni di anni luce ma non veniamo
addestrati ad esplorare i nostri mondi interiori. Ci viene insegnata
una storia fatta di guerre ma non ci viene detto niente su come
poterle evitare. Riceviamo una formazione professionale priva di
qualsiasi formazione emotivo-relazionale che ci prepari
ai rapporti che avremo con i colleghi e con i superiori, che pure
incideranno in modo notevole sui nostri vissuti di collaborazione o
conflitto, di gratificazione o frustrazione e quindi anche sulla
nostra produttività. Stando così le cose non c’è da meravigliarsi
che i rapporti tra le persone - come pure quelli tra culture e tra
nazioni - siano stati sinora prevalentemente improntati sul sospetto,
la competizione, la litigiosità, lo scontro, la guerra. Il
cambiamento socioculturale degli ultimi decenni rappresenta certamente
un processo evolutivo positivo, presupposto per rapporti umani più
gratificanti, costruttivi e consapevoli, per una società che traduca
in concreto i principi democratici della libertà, della
autodeterminazione, della comunicazione[4].
Tuttavia per gestire e vivere correttamente i vantaggi potenziali
di questa nuova e ampia libertà sono indispensabili appropriati
“strumenti” conoscitivi e operativi che mettano in grado le
persone di orientarsi in questi nuovi territori sociali privi di
strade certe, di mappe, di fari di orientamento. Si tratta di
strumenti ben diversi e assai più complessi di quelli dei nostri
antenati, poiché un conto è seguire i binari prestabiliti del
dovere, uguali per tutti, altra cosa è scegliere tra più
strade possibili o addirittura crearne ex novo. A
dispetto della loro importanza e urgenza, né “bussole” né
“mappe” emotivo-relazionali si sono ancora diffuse nella società:
gli individui, i gruppi, le organizzazioni non hanno cioè un adeguato
“know how” per sfruttare le enormi potenzialità positive insite
nella nuova libertà sociale del terzo millennio; al contrario, sono
spesso vittime inermi dei molti effetti collaterali negativi che tale
libertà produce, se non saputa gestire. Ognuno si trova ad imparare
da autodidatta, per tentativi e (dolorosi) errori, come nuotare o
almeno stare a galla in questo mare agitato. L’educazione
emotivo-relazionale dei bambini e degli adulti – come pure
l’istituzione di una adeguata rete di servizi di counseling
relazionale[5]
- dovranno dunque essere tra gli obbiettivi primari dei prossimi anni.
Hal e Sidra
Stone, con il loro metodo del “Voice Dialogue” (Dialogo delle
Voci) ci forniscono un potente strumento per ascoltare, comprendere e
conciliare le diversità e i conflitti che esistono dentro e fuori di
noi; uno strumento utile sia sul piano educativo ed evolutivo, sia su
quelli del counseling e anche della psicoterapia. Il
Voice Dialogue
Il Voice
Dialogue nasce in effetti come metodo psicoterapeutico, ma gli Stone
lo hanno col tempo sempre più trasformato in un metodo educativo
volto alla consapevolezza di sé e allo sviluppo del potenziale umano.
Essi ci tengono a precisare che l’operatore di Voice Dialogue è un facilitatore,
non un terapeuta – ciò per sottolineare che l’accento non va su
chi insegna ma su chi impara, non sulla terapia ma sulla
autoguarigione; l’operatore è un catalizzatore che accelera e
facilita il processo, la cui responsabilità è però del cliente, del
discente. Ciò nonostante è indubbio che con questo metodo si possano
ottenere anche effetti terapeutici, e notevolissimi per giunta. Il
metodo si incentra sulla interiorità e tuttavia è uno strumento
magnifico per lavorare sulle relazioni interpersonali. A prima vista
sembra avere un taglio esclusivamente di psicologia del profondo,
eppure dietro le quinte chiama in causa anche altre discipline, come
la sociologia, la psicologia sociale e l’antropologia culturale[6].
Infine, adotta una visione olistica dell’essere umano e della
società, in linea con la cultura emergente e con la nuova scienza. Hal e
Sidra Stone hanno un approccio molto pragmatico e nei loro libri
limitano al minimo le considerazioni teoriche sul loro metodo e sulle
sue basi epistemologiche: questo lo ha reso di facile lettura e quindi
molto gradito ad una certa parte di pubblico ma lo ha in parte escluso
dai circuiti di lettura più scientifico-professionali. Dato il grande
valore che attribuisco al loro metodo, ho ritenuto opportuno, nella
mia prefazione all’edizione italiana, evidenziarne alcuni aspetti
che aiutino ad un suo più puntuale inquadramento sul piano
storico-sociale e scientifico-professionale. Le dimensioni
chiave del Voice Dialogue – consapevolezza, comunicazione, identità,
crescita personale e interpersonale – coincidono, non a caso, con i
temi emergenti del mutamento socio-culturale iniziato negli anni
’60; il metodo nasce infatti proprio in quel periodo e risente dei
valori e delle istanze che lo caratterizzano. L’importanza
della consapevolezza – portata alla ribalta in occidente da Freud
– acquista in quegli anni nuovi significati, grazie anche alla
interazione con le filosofie e i misticismi orientali
(cui avevano preparato la strada i lavori di Jung, di Hesse e
di altri autori); inoltre, il concetto di “consapevolezza” supera
i confini elitari in cui era stato sino ad allora confinato ed inizia
a diffondersi su vasta scala. La comunicazione – come si è detto
nelle pagine precedenti – inizia proprio allora a vedersi
riconosciuta una sempre maggiore rilevanza sociale e a divenire
l’ingrediente chiave delle relazioni umane (interpersonali, certo,
ma anche intrapersonali e internazionali). La personalità diventa
fluida, non più monolitica: si abbandona l’ideale dell’uomo tutto
d’un pezzo e ci si orienta verso l’essere umano multidimensionale;
gli studiosi iniziano a vedere l’identità non più come un
"oggetto" statico, ma come
un processo in continuo divenire[7].
Gli esseri umani non finiscono di crescere col raggiungimento
dell’età adulta ma sono suscettibili di continua crescita
personale, di continua evoluzione, sia nei loro schemi mentali ed
emozionali, sia nei loro modi di rapportarsi agli altri: lo sviluppo
del potenziale umano emerge come uno dei valori guida della nuova
cultura. E proprio dai
concetti di crescita personale e di identità fluida partono gli
Stone. La personalità – essi sostengono– non è un'entità
psicologica unitaria, ma piuttosto un insieme dinamico di sub-personalità,
in competizione tra loro per ricevere attenzione e soddisfare i propri
bisogni (e questo è valido sia per la personalità disturbata sia per
quella cosiddetta "normale"). Pertanto nell'individuo
sarebbe in atto un continuo incontro o scontro tra le sue diverse
parti, i cui esiti si riflettono potentemente sul livello esteriore,
cioè sulla comunicazione interpersonale. Questi sé o sub-personalità si suddividono in due
grandi gruppi: i sé primari e i sé rinnegati.
Appartengono al primo gruppo quei sé che sono ben visti dal sistema
familiare e socioculturale di appartenenza e con i quali si tende fin
da bambini a identificarsi, agendoli alla luce del sole: è il caso,
per la nostra cultura, di aspetti quali l'altruismo, la razionalità,
l'autocontrollo, la disponibilità verso l'altro etc. Costituiscono
invece il secondo gruppo quelle sub-personalità che vengono giudicate
negativamente dalla società e dunque anche dall'individuo, che tende
a rinnegarle, agendole nell’ombra e/o esiliandole nell'inconscio –
si pensi all'egoismo, alla sensualità, all'amore per l'avventura, al
bisogno di indipendenza, alla timidezza o qualunque altro aspetto
ritenuto deprecabile dall'ambito familiare e culturale in cui siamo
cresciuti o considerato non appropriato al genere del soggetto (ad es.
la vulnerabilità per l'uomo o la determinazione per la donna). Tali sub-personalità sono in un certo senso persone reali il cui
sviluppo, certamente connesso alle nostre predisposizioni
psicologiche, è tuttavia ispirato dalle persone della nostra
infanzia. Quasi
tutti noi abbiamo familiarità con la famiglia in cui siamo nati (...)
C'è tuttavia una cosa affascinante di cui tener conto e che
costituisce una nuova idea per la maggior parte delle persone: noi non
abbiamo solo una famiglia esterna, ma anche una famiglia interiore
(...) All'inizio, è costituita da sé che assomigliano agli schemi di
personalità dei membri della nostra famiglia, dei nostri amici, dei
nostri professori o di chiunque abbia una qualche influenza su di noi
- oppure, all'inverso, è costituita da caratteristiche di personalità
(o sé) che rappresentano gli schemi esattamente opposti (H. Stone e
S. Stone, 1999: 23). Ne
consegue che per comprendere e migliorare i nostri rapporti è
importante prendere consapevolezza dell'influenza che i membri di
questa famiglia interiore, o sé, esercitano sui nostri pensieri e sul
nostro agire sociale. Come sostengono gli Stone (ibi, 24)"Se
non comprendiamo le pressioni che essi esercitano, non siamo realmente
padroni della nostra vita" ; ci sembra di agire di nostra
libera iniziativa ma in realtà siamo guidati dai nostri
condizionamenti familiari e culturali. Appare evidente qui il
collegamento con le tematiche della sociologia della conoscenza e
l'ultima frase sopra citata ci richiama alla memoria frasi altrettanto
lapidarie di K. Marx sulla dottrina dell'ideologia o di K.
Mannheim sulla concezione generale dell'ideologia [8].
Secondo
gli Stone, nel corso del processo di inculturazione-socializzazione,
noi "ereditiamo" non solo gran parte delle nostre credenze,
valori, modelli di comportamento ma anche “le idee circa il
genere di persona che bisogna essere” [9]
- vale a dire i “semi” che attiveranno
le sub-personalità più idonee a quel contesto. Vediamo adesso un
po' più nei dettagli il modello delineato dagli Stone. Dato che nei
primi mesi e nei primi anni della nostra vita noi siamo molto
vulnerabili, la nostra personalità si sviluppa attorno al bisogno
di proteggere la nostra vulnerabilità primaria. Questo bambino
vulnerabile ed estremamente sensibile, permane all'interno della
nostra psiche anche in età adulta e rappresenta quella parte più
profonda "che si porta dentro la capacità di creare intimità
nel rapporto con gli altri (...) e accedere ai nostri stati d'essere
più profondi, alla nostra anima, se volete. E' questo bambino che
porta con sé l'essenza della nostra impronta psichica ed è
questo bambino che cerchiamo di proteggere per tutta la vita, ad ogni
costo. Altri sé si sviluppano in noi all'inizio della nostra vita,
per frapporsi tra questo Bambino e gli altri, in modo che nessuno
possa fargli del male" (Stone e Stone, 1999: 24). Si
tratta di un processo naturale e necessario, che però può dare luogo
a personalità disarmoniche qualora – come spesso accade – i sé
sviluppati tendano ad essere eccessivamente protettivi. Gli
autori individuano una ampia gamma di possibili sé protettivi,
ovviamente non tutti compresenti in una stessa persona, ed aventi nei
diversi individui differenti gradi di dominanza. Ne menzioniamo di
seguito alcuni. Il
primo per importanza e anche il primo ad emergere è il protettore/controllore:
"egli scruta, nota quale comportamento è ricompensato e quale
punito, dà un senso alle regole del mondo che vede intorno a lui e
stabilisce un codice di comportamento per noi" (ibi, 25). Si
tratta di un sé fondamentalmente razionale che ci spiega sia il mondo
sia noi stessi e ci fornisce il quadro di riferimento attraverso il
quale leggiamo ciò che ci circonda. Il protettore/controllore può
avere vari “alleati”: l'attivista, un sé che ci mantiene
occupati e produttivi, in modo tale che il nostro bambino vulnerabile
senta che noi siamo persone valide e che gli altri ci ammirano; il perfezionista:
così nessuno potrà mai criticarci e il bambino vulnerabile può
sentirsi al sicuro; il critico interiore, il cui compito è di
prevenire le critiche degli altri individuando lui per primo eventuali
pecche in noi (purtroppo, se il critico interiore è troppo ligio e
preoccupato sarà talmente severo con noi da essere distruttivo tanto
e più di quegli eventuali critici esteriori che vorrebbe prevenire).
Un altro sé che vuole aiutarci a renderci accettabili è il gentile:
estremamente sensibile ai bisogni e ai sentimenti degli altri, fa in
modo che gli altri abbiano una buona opinione di noi e diano prova di
uguale comprensione verso i nostri bisogni. Utilizzati in modo costruttivo, questi sé e i molti
altri che hanno per compito la protezione del nostro bambino
vulnerabile, possono risultare assai utili sul piano della
comunicazione interpersonale. Se invece essi esercitano un controllo
totale, possono irrigidire la personalità globale dell’individuo,
limitandone la piena espressione e penalizzando la sua capacità di
entrare in reale contatto con le situazioni e le altre persone. Oltre
ai sé appena visti, ben integrati con la struttura di valori del
nostro sistema familiare e socioculturale e denominati dagli Stone
sé primari, sono presenti nella personalità anche altre parti
che rappresentano i valori opposti, quelli che sono stati rifiutati
durante il processo di crescita. Ognuno di noi possiede una schiera
sorprendente di sé rinnegati [10],
relegati nel proprio inconscio come una sorta di prigionieri politici
condannati per le loro idee, giudicate sovversive e pericolose dalla
nostra famiglia e comunità di appartenenza; come tutti i prigionieri
aspettano l'occasione di essere liberati (o di evadere) e di vedere
finalmente considerati i loro bisogni e i loro sentimenti. Anche se
non sospettiamo minimamente la loro presenza, hanno un impatto
straordinariamente potente sulle nostre vite: essi agiscono
nell’ombra, proprio come i cospiratori, ad esempio attivando
proiezioni ed aspettative nei confronti di altre persone. Queste
proiezioni possono agire sulla dinamica della relazione in modo
positivo o negativo, a seconda dei casi. Incontrare una persona che
manifesta apertamente alcuni tratti della personalità che anche noi
possediamo come potenziale, ma non abbiamo mai sviluppato (e dunque
sotto sotto vorrebbero liberarsi ed esprimersi), può portare ad
ammirarla e addirittura ad innamorarsene. Tuttavia, può anche
accadere il contrario, e cioè una reazione di forte critica e rifiuto
verso quella persona e ciò che rappresenta. Il punto in comune tra le
due reazioni - positiva e negativa - è l'intensità delle emozioni
associate: se ci piace qualcuno e ne apprezziamo alcuni aspetti,
oppure critichiamo certi suoi modi di fare o di essere, non è detto
che ciò sia un riflesso dei nostri sé rinnegati; se però questo
piacerci o non piacerci è emozionalmente molto forte, irrazionale,
viscerale, allora è molto probabile che questa persona rispecchi uno
o più lati rinnegati. Quanto più intensa è la nostra reazione
emozionale verso l'altro, tanto più forte è il potere del sé
rinnegato. Riassumendo,
solo una parte della propria personalità potenziale viene
riconosciuta e coltivata dall'individuo, mentre l’altra parte rimane
in ombra – ma non inattiva: difatti nelle relazioni interpersonali
che egli instaura, entrano in gioco, seppur inconsciamente, anche le
parti rinnegate, che danno luogo a vari fenomeni, come ad es. la proiezione
delle proprie speranze o paure sull'altro. Ciò fa sì che - in misura
diversa da persona a persona e da situazione a situazione – più che
comunicare veramente con l'altro comunichiamo spesso con i nostri
desideri, paure e conflitti interiori, proiettati sull'altra persona
come fosse uno schermo cinematografico, senza realmente ascoltare la
sua unicità, capirla ed entrarci in contatto. Il Voice Dialogue si propone appunto di farci prendere
coscienza dei nostri sé rinnegati, aiutandoci a riabilitarli e ad
impostare in modo più equilibrato i rapporti tra essi e i sé
primari. Si passa così da una situazione di permanente conflitto
interiore ad uno stato emotivo più armonico, ad una identità più
fluida e piena e ad una comunicazione con l’altro basata
sull’ascolto e la comprensione e non più sul giudicare e sul
proiettare. All’inizio del paragrafo abbiamo evidenziato come il metodo
elaborato dagli Stone si collochi nel contesto socio-culturale dei
nuovi valori e delle nuove istanze emerse a partire dagli anni ’60;
esso tuttavia nasce anche da un ricco background di concetti e teorie
scientifiche e cliniche accreditate, di cui rappresenta per certi
versi una evoluzione e una sintesi: la psicologia analitica di Jung e
la psicologia behaviorista di Skinner, in primis, e poi varie altre. Hal Stone era originariamente di formazione junghiana e –
come scrive Sidra Stone[11]
– “Il Voice Dialogue e la Psicologia dei
sé sono, alla base, molto vicini alla psicologia analitica. Se
guardate da vicino al nostro lavoro, vedrete che il nostro albero
genealogico appartiene al mondo junghiano. I sé interiori sono lo
sviluppo dei "complessi" junghiani. Non sono esattamente i
complessi, ma li riflettono, così come un nipote riflette i suoi
nonni. Se ci si muove abbastanza profondamente in un sé particolare,
si può scoprire che sono gli archetipi che forniscono il nocciolo dei
diversi sé.” Sidra invece aveva studiato psicologia in un dipartimento in
cui predominava la visione behaviorista e il concetto skinneriano
secondo cui “il comportamento delle
persone fosse influenzato essenzialmente dal ‘rinforzo’ (…) Il
comportamento che è seguito dal premio viene rinforzato; quello che
è seguito dalla punizione viene indebolito. Per me questo spiega come
i sé primari siano incoraggiati e quelli rinnegati siano, appunto,
tali (…) Così, quando parlo con un sé primario, mi aspetto che, se
guardo abbastanza profondamente, finirò per trovare il modo in cui
serviva a proteggere il Bambino Vulnerabile. E' stato il mio
retroterra skinneriano che mi ha suggerito che ogni sé primario si è
sviluppato o per portarci una ricompensa o per evitarci una punizione.
Perciò ogni nostra energia primaria è stata veramente di aiuto in un
certo momento e dovrebbe essere onorata come tale, anche se (adesso)
non è più particolarmente utile.” (S. Stone, op. cit., tra
par. ns.) Oltre alle
radici suddette ve ne sono altre, percepibili in trasparenza, anche
solo come influsso culturale, come zeitgeist. Il concetto di proiezione
ad esempio è ovviamente ripreso da S. Freud (cfr. Freud A., 1967),
mentre la concezione multidimensionale della psiche umana rimanda in
qualche modo alla Psicosintesi di R. Assagioli (1958; 1973) e
soprattutto alla psicoterapia della Gestalt
di F. Pearls (1951) specie nella grande importanza attribuita
alla espressione e drammatizzazione delle varie parti della personalità
(tecnica questa che la Gestalt riprende a sua volta dallo Psicodramma
di J. L. Moreno - 1934). Hal Stone dichiara esplicitamente di essere
stato fortemente influenzato dalla Gestalt, sia nel suo percorso di
crescita personale, sia, dopo, nella sua elaborazione del Voice
Dialogue[12].
Una ulteriore importante influenza, anch’essa in qualche modo
esplicita, è quella di W. Reich (1942; 1949) da cui viene in parte
mutuato il concetto di energia[13],
applicandolo alle sub-personalità. Un ulteriore riferimento, seppur
tangenziale, va a E. Berne (1964), che con la Analisi Transazionale
è stato il primo ad elaborare una teoria e una pratica
psicoterapeutica esplicitamente basata sul concetto di personalità
multipla, seppur ristretta a soli tre sé: genitore, bambino,
adulto[14]. Infine un ultimo
riferimento alla psicologia umanistica di A. Maslow (1962) e al
movimento per lo sviluppo del potenziale umano. Il Voice Dialogue nasce dallo stesso humus culturale e
scientifico dei contributi suddetti e poggia almeno in parte su
intuizioni, esperienze e concetti da essi derivanti. Tuttavia tale
metodo presenta alcune caratteristiche del tutto originali che merita
evidenziare. 1) In primo luogo la centralità della consapevolezza e il
concetto chiave di ego consapevole. L’ego non è visto come
un mero mediatore tra pulsioni e doveri (come in Freud) né come
qualcosa da aborrire ed “uccidere” come in molte tradizioni
spirituali, bensì come una funzione essenziale che può evolvere e
divenire sempre più consapevole e capace di gestire la complessità. “Più
si avanza nel processo di consapevolezza, più l’ego diventa un ego
consapevole, in grado di effettuare scelte reali”. Il compito
dell’ego consapevole è molto difficile da definire a parole perché
comprende sia dimensioni razionali sia intuitive, sia una funzione di
gestione strategica sia il suo apparente opposto che è la fluidità
del momento, il seguire l’onda degli eventi e saperla assecondare.
Un ego consapevole ben sviluppato deve saper accogliere i vari sé
senza giudicare e saper gestire la tensione degli opposti, operando le
proprie scelte senza privilegiare o penalizzare a priori nessuna
sub-personalità, ma scegliendo di esprimere l’una o l’altra in
funzione di una analisi obbiettiva della situazione. E’ un po’
come un bravo allenatore di una squadra sportiva che sceglie quali
giocatori mandare in campo e quali tenere di riserva non in base a
schemi rigidi o simpatie personali ma valutando di volta in volta in
modo disidentificato la situazione e valorizzando comunque
l’importanza di tutti i giocatori, anche quelli che sono rimasti
dietro le quinte, sia creando situazioni di aperto dialogo nella
squadra, sia ricercando occasioni alternative in cui il risultato non
sia così determinante, in modo da lasciar giocare anche i giocatori
meno utilizzati (ad es. tornei, partite amichevoli etc.). Solo così
la squadra potrà dare il meglio e solo così si potrà evitare
l’opera di sabotaggio che altrimenti, immancabilmente, le eterne
riserve (i sé rinnegati) attueranno. 2) Gli strumenti attraverso i quali è possibile sviluppare
un ego sempre più consapevole sono, nel Voice Dialogue: la visione
lucida e l’esperienza dei sé. Affinare la visione lucida
significa percepire in maniera più imparziale i diversi aspetti di sé
stessi e del proprio ambiente, diventare consci dei propri sé primari
e dei sé rinnegati e imparare a disidentificarsi da essi. Fare esperienza
dei sé significa far esprimere le varie sub-personalità con cui
ci siamo identificati, che sono diventate più forti e hanno
diretto completamente le nostre vite, e che potranno così cominciare
ad allentare un poco il loro controllo, perdendo parte del loro
comportamento di eccessivo potere e collaborando in compiti più
costruttivi. Ad esempio, un Critico Interiore che passava il 90% del
suo tempo a demolirci, criticandoci su qualsiasi cosa, può evolvere,
grazie al lavoro di trasformazione, e diventare una parte costruttiva
e non più autodistruttiva. 3) Un
ulteriore elemento originale è il concetto di comunicazione non
polarizzante tra me e l’altro. Spieghiamo: in ogni persona sono
presenti coppie di energie (o sé) tra loro opposte (bipolari), ad es:
forza e vulnerabilità; coraggio e paura; maschile e femminile;
bambino e genitore etc. Normalmente ci identifichiamo con uno solo dei
nostri due poli e rifiutiamo/giudichiamo l’altro; pertanto nel
comunicare col nostro interlocutore esterno ci polarizziamo,
cioè mostriamo una sola delle due energie in gioco. L’ego
consapevole è invece capace di essere in contatto con tutte e due le
polarità senza che una predomini sull’altra – si può essere
molto decisi e sicuri di sé e al contempo sensibili e vulnerabili;
coraggiosi ma anche consapevoli delle nostre paure; proiettati ad
esprimere con decisione le proprie idee ma al contempo aperti ad
ascoltare quelle dell’altro - e quindi mette in atto una
comunicazione più genuina, più articolata e fluida. I
nessi tra micro e macro nella visione olistica
A
causa del dualismo da millenni imperante, l’essere umano è stato
separato in due metà: una buona, l’altra cattiva. Così facendo,
ognuno di noi si sente incompleto, incompiuto, poiché ha dovuto
rinunciare ad una metà di se stesso. Non solo, ma buona parte di
quella metà di forze e risorse rimastegli è impegnata a tenere a
freno l’altra metà imprigionata ed è quindi inutilizzabile. Questa
dicotomia, come ho meglio argomentato in un altro mio libro[15],
è la causa primaria del malessere fisico, emozionale, mentale ed
esistenziale che affligge i singoli esseri umani, le società,
l’intero pianeta. La via maestra per passare dal malessere al
benessere è quella di risanare la scissione, di liberare la metà in
ombra, i sé rinnegati, riabilitarli e viverli, conciliandoli con
tutti gli altri sé. In tal modo non solo recupereremmo quella metà
di energie e risorse sinora inutilizzate, ma smetteremmo anche di
sprecare preziose energie in dolorose e controproducenti guerre contro
noi stessi. Il
presupposto evolutivo di fondo, come già C. G. Jung aveva intuito, è
che i lati ombra (o sé rinnegati) non sono negativi in assoluto ma
solo fino a quando vengono ritenuti tali e confinati nell'inconscio;
al contrario, se si ha il coraggio di prenderne coscienza e di
dialogare con essi, è possibile trasformarli da elementi negativi in
risorse altamente creative e positive, migliorando così sia il nostro
senso di identità sia la qualità delle relazioni con gli altri. Gli
Stone ci mostrano un possibile percorso per compiere quest’opera di
sintesi, non l’unico, ma certo un percorso molto efficace e
stimolante, che merita grande attenzione non solo per ciò che può
offrirci sul piano del risanamento dell’individuo ma anche per gli
spunti che offre su quello ben più ampio del risanamento
socio-culturale del pianeta. Da
sociologo vedo infatti uno stretto isomorfismo tra la situazione del
mondo interiore – l’individuo, la personalità - e quella del
mondo esteriore – la società, il pianeta Terra. L’individuo è
scisso in due parti, in due gruppi di sé, uno dei quali predomina
sull’altro e lo relega nell’ombra; parimenti la società è scissa
in classi sociali (o in caste) alcune delle quali acquisiscono un
potere maggiore di altre fino al punto di rinnegare queste ultime,
sfruttarle o addirittura relegarle in schiavitù. Inizialmente si crea nell’individuo una divisione in due
parti: sé primari e sé rinnegati, poi - se e quando inizia il
processo di risveglio - si viene ad aggiungere una terza categoria: i sé
emergenti, quei sé rinnegati di cui l’individuo ha preso
coscienza. Tali sé emergenti vengono a costituire una terza
categoria, poiché non sono più rinnegati ma non hanno ancora il
potere consolidato dei sé primari – stanno nel mezzo tra i due.
Questo processo può essere assimilato a mio avviso al processo
storico tramite il quale nelle società occidentali, inizialmente
suddivise in due sole classi sociali – aristocratici servi della
gleba – è progressivamente emersa una terza classe sociale: la
borghesia, che ha acquisito coscienza dei propri diritti e del proprio
potere ma ha impiegato tempo e lotte per vedersi riconosciuti gli
stessi diritti della prima classe. A livello ancora più ampio il fenomeno sopra descritto trova
analogie nella suddivisione planetaria tra primo mondo, secondo mondo
e terzo mondo, dove il secondo mondo comprende quegli stati che ancora
pochi decenni fa erano colonizzati e sfruttati come quelli del terzo
ma che poi hanno acquisito progressivamente indipendenza e maggior
benessere, anche se non sono ancora alla pari con gli stati del primo
mondo (proprio come la borghesia impiegò tempo prima di giungere ad
una effettiva parità). Potrei proseguire con le analogie e gli isomorfismi,
ma non è questa la sede per farlo, e rimando per gli approfondimento
ad un mio prossimo libro cui sto lavorando. Mi premeva qui gettare il
sasso in piccionaia e far rilevare come il metodo del Voice Dialogue
abbia risvolti non solo psicologici ma anche sociologici,
antropologici, economici, politologici, pedagogici. Non tutti questi
risvolti sono evidenti, alcuni neppure agli stessi Stone, ciò
nondimeno rappresentano una grande potenzialità del loro metodo che
merita di essere sviluppata, una potenzialità che deriva
dall’approccio olistico e dalla focalizzazione sulla comunicazione
consapevole. Spesso
le persone ci chiedono come risolvere i loro problemi: noi non abbiamo
le soluzioni per problemi individuali, né per i problemi politici o
economici del mondo. Ciò che noi offriamo è un processo per lo
sviluppo della coscienza (…) Crediamo
che la coscienza cominci con gli individui e poi si esprima nella
collettività: un’umanità più cosciente non distruggerà se stessa
o il pianeta (Stone H. e Stone S., 1995: 288). Riferimenti
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(in corso di pubblicazione) 2003. FREUD
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del carattere, Sugar, Milano, 1973 (ed. originale 1992) STONE H., Embracing
Heaven and Earth. A Personal Odyssey, Delos Publisher, Albion,
California, 1985. STONE H., STONE S., Il dialogo delle voci: conoscere e integrare i nostri sé
nascosti, ed. Amrita, Torino, 1995 (ed. originale 1989) STONE H., STONE S., Tu ed Io: incontro, scontro e crescita nelle relazioni
interpersonali, ed. Compagnia degli Araldi, Montespertoli, 1999. *
Enrico Cheli è professore di Sociologia delle relazioni
interpersonali all’Università di Siena, dove dirige un Master
in “Comunicazione e relazioni interpersonali” e un corso di
perfezionamento su “Cultura e consapevolezza dei sentimenti ed
emozioni”. E’ stato il primo ad introdurre nell’ambito
universitario italiano il metodo psicosociale del Voice Dialogue
elaborato da Hal e Sidra Stone, sia come materia di insegnamento
nei corsi da lui diretti, sia attraverso pubblicazioni e relazioni
a convegni. Sociologo e psicologo, è autore o coautore di varie
pubblicazioni, tra cui: L'immagine del potere (Franco Angeli,
1986) - La realtà mediata (idem, 1992); Giovani a rischio
e prevenzione ecosistemica (1995); L’età del risveglio
interiore (Franco Angeli, 2001); La comunicazione come
antidoto ai conflitti (Punto di fuga, 2003). Con N. F.
Montecucco ha curato una Enciclopedia olistica su CD-ROM di
prossima pubblicazione che raccoglie contributi di oltre 100
studiosi italiani e stranieri sulla visione olistica emergente
nella cultura, nella spiritualità e nella scienza. Fa parte del
direttivo della sezione italiana del Club of Budapest –
associazione internazionale per la coscienza planetaria – e
affianca alla attività accademica un forte impegno per la pace,
l’ecologia e lo sviluppo della consapevolezza individuale e
collettiva. E-mail: cheli@unisi.it [1] Cfr. a riguardo G. Bechelloni, Svolta comunicativa, Ipermedium, Napoli, 2003, in particolare pp. 51-60 [2] La parola "eretico" deriva dal greco antico e vuol dire letteralmente "colui che sceglie da solo". [3]
Il termine
“comunicazione” deriva dal latino communis - cum
(con, insieme) e munia (doveri, vincoli), ma anche moenia
(le mura) e munus (il dono). Communis significa
quindi: essere legati insieme, collegati dall'avere comuni doveri
(munia), dal condividere comuni sorti (le mura che proteggono e
accomunano), dall'essersi scambiati un dono. Anche in greco antico
comunicare è sinonimo di unire, congiungere (koinow)
mentre in tedesco la parola rinvia a compartecipare, condividere (mit-teilen
= spartire, suddividere, tagliare insieme). Comunicare ha la
stessa radice di comune, comunità, comunione, condivisione
e difatti si comunica per "compartecipare", per
"avvicinarsi fino a collegarsi". [4] Cfr. G. Bechelloni, Svolta comunicativa, Ipermedium, Napoli, 2003, in particolare i Cap. 2, 3, 6. [5] Il counseling (consulenza) è una professione di aiuto psico-sociale finalizzata a stimolare e facilitare l’individuazione di soluzioni pratiche a problemi di tipo personale, esistenziale, psicologico o comunicativo-relazionale. Il counseling relazionale (consulenza sulle relazioni) rappresenta una branca specifica del counseling rivolta a singoli, famiglie, gruppi con problemi specificamente attinenti i rapporti con gli altri e la sfera comunicativo-relazionale. Si tratta pertanto di un’area professionale ben delimitata, da non confondersi con il counseling tout court né tantomeno con la psicoterapia, pur presentando varie interconnessioni con entrambi questi campi. Il ruolo del counselor è in primo luogo basato sull’ascolto e la comprensione e quindi – una volta compresa la natura del problema, i tratti di base delle persone in esso coinvolte e del contesto socioculturale in cui esse vivono – è rivolto a facilitare la soluzione del problema; ciò non tanto fornendo soluzioni preconfezionate “dall’alto”, bensì stimolando nel-nei clienti quelle capacità di autoconsapevolezza, reframing (reincorniciatura) e creatività che li mettano in grado di pervenire il più possibile autonomamente alle possibili soluzioni. [6] Cfr. Cheli E., La comunicazione intrapersonale, in Bechelloni G., Vassallo M. I. (cur.) Dal controllo alla condivisione, Mediascape, Firenze, 2002. [7]
Cfr. a riguardo Melucci A., Il
gioco dell’io, Feltrinelli, 1991. [8] "Non è la coscienza degli uomini - sostiene Marx (trad. it. 1957, 11) - che determina il loro essere ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza". Un punto che molti anni dopo sarà meglio precisato da Karl Mannheim (trad. it. 1957: 4-5): "A rigore, non è corretto dire che il singolo individuo pensa. E' molto più esatto affermare che egli contribuisce a portare avanti il pensiero dei suoi predecessori. Egli si trova ad ereditare una situazione in cui sono presenti modelli di pensiero a essa appropriati e cerca di elaborarli ulteriormente, o di sostituirli con altri, per rispondere, nel modo più conveniente, alle nuove esigenze, nate dai mutamenti e dalle trasformazioni occorse nella realtà. Ogni individuo è quindi predestinato in un duplice senso dal fatto di crescere in una società: da un lato egli trova una situazione ormai costituita e, dall'altro, egli ha a che fare con modelli già formati di pensiero e di comportamento.” [9]
E qui non posso fare a meno
di evidenziare il tono goffmaniano della citazione – Cfr. E.
Goffman La vita quotidiana come rappresentazione, Bologna,
Il Mulino, 1969. [10] La paternità di questo concetto si deve a Nathaniel Brandon, con la pubblicazione di The Disowned Self (New York: Nash Publishing CO., 1972. New York: Bantham Books, 1973). [11] Cfr. Stone S., Le origini del Voice Dialogue, trad. it. su www.voicedialogue.it [12] Cfr. H. Stone, Embracing Heaven and Earth. A Personal Odyssey, Delos Publisher, Albion, California, 1985, pag. 72 - 73. [13] Oltre al lavoro neoreichiano, Hal Stone fu influenzato anche da alcune arti marziali orientali che egli praticò - il t’ai chi e l’aikido - e dalla filosofia ad esse associata. [14] Gli Stone dichiarano di non conoscerla che superficialmente, attraverso la stampa, ma non sarebbe la prima volta che due studiosi elaborano teorie simili senza sapere quasi niente dell’altro. [15] Cfr. Cheli E., Olismo e riduzionismo nella mente, nella cultura e nella scienza, 2003 (in corso di pubblicazione). |